The Capri Times
ERNESTO ESPOSITO:
TALENTO CHE PORTA FORTUNA

Intervista esclusiva con Ernesto Esposito
Intervista di

Natalia Khramtsova Mauri Mori 

Maggio 2022
Dai grandi successi nell’alta moda, alle amicizie prestigiose con i più famosi maestri del mondo dell’arte e della fotografia. Il suo immenso talento lo porta a collaborare e disegnare calzature per le più importanti maison, ma al tempo stesso Ernesto Esposito è un noto cultore ed esperto di arte contemporanea nonché appassionato collezionista.
Siamo nell’accogliente appartamento di Ernesto, che sembra uno spazio espositivo di arte contemporanea prima ancora che un luogo di lavoro, e chiacchieriamo in un’atmosfera informale e rilassante.
1. Designer di moda si nasce o si diventa? A quale età ha compreso che voleva occuparsi di moda e perché?
Designer di moda si diventa, non si nasce. Io mi sono innamorato della moda fin dal mio primo viaggio in Francia, a 14 anni, e ho trascorso parte della mia adolescenza a Parigi.
2. Lei è un famoso designer di moda nel mondo. Quali sono state le tappe che l’hanno portata al successo?
Sono state fondamentali tre tappe: la fortuna, la capacità e la creatività sono elementi essenziali. Noi siamo frutto delle nostre scelte e molteplici avvenimenti, sommati tra loro, ci formano ad essere in un determinato modo.
Frequentare persone speciali e lavorare per persone speciali mi hanno dato la possibilità di trovarmi al posto giusto al momento giusto. Ho collaborato e disegnato scarpe ed accessori per molti nomi prestigiosi della moda, tra i quali Sergio Rossi, Marc Jacobs, Louis Vuitton, Fendi, Sonia Rykiel e Chloé. Personaggi come Karl Lagerfeld, Sonia Rykiel e tanti altri mi hanno dato la possibilità di vedere la moda da un altro punto di vista.

3. Quanto il clima sociale e culturale degli anni 70 favoriva la creatività e l’innovazione? Cosa c’è di diverso oggi?
Ogni periodo storico, espressione di culture e situazioni diverse, ha ispirato la creatività. Spesso abbiamo l’abitudine di ripetere: “Quando ero giovane, tutto era più bello”. Ma ogni epoca ha avuto momenti belli ed interessanti e ha fatto nascere delle nuove tendenze da cose differenti. Quindi, non c’è nessun momento, che non abbia dato impulso alla creatività. Anzi, la creatività è dovuta proprio ad un insieme di fattori e di situazioni. Tutta la nostra vita, come ho sottolineato anche prima, è condizionata da vari elementi messi insieme; nella vita, ognuno di noi è portatore di situazioni e di esperienze che, aggregatesi tra loro, ci danno la possibilità di divenire qualcosa di differente da ciò che eravamo in passato.
Oggi non c’è niente di diverso rispetto a ieri: la vita, in fondo, è sempre uguale.

4. Quali star indossano le sue creazioni?
Star di ieri e di oggi hanno indossato ed indossano le mie creazioni: da Beyoncé a Laura Pausini, da Cher a Shakira e tante altre…
Da alcuni anni ho aperto una mia boutique e adesso vendo anche on line. Non c’è più lo star system di una volta, oggi le influencer dominano la scena ed in più il covid ha ulteriormente cambiato la scena della moda. A parer mio eccedere non è una cosa positiva, dato il momento che stiamo vivendo.
5. Ci può raccontare di quando Helmut Newton ed Andy Warhol l’hanno ritratta?
Quando chiesi a Lucio Amelio, gallerista napoletano, di farmi ritrarre da Andy Warhol, la risposta di Warhol fu: “Who is this Ernesto Esposito?” (Chi è Ernesto Esposito?”), perché giustamente voleva sapere chi fossi, e quando seppe che ero un designer di calzature mi disse subito: “Si, ti aspetto alla factory!”, anche perché proprio lui aveva incominciato la sua carriera come “shoes designer”. Questo è un esempio di quegli insiemi di cose che creano le situazioni.

Con Helmut Newton fu diverso. Lavoravo per Mario Valentino, che era una delle case di moda importanti degli anni 80 e per lui lavoravano creatori come Giorgio Armani, Karl Lagerfeld, Montana e Alaïa, vere star della moda anni 80. Mi fu chiesto di seguire una campagna pubblicitaria, scattata da Newton, che lavorava da loro da oltre dieci anni.

Sostituii la figlia Fortuna Valentino nello shooting di Montecatini, dove si teneva la campagna, e domandai, come compenso per la collezione che avevo disegnato per loro, una foto del grande maestro Newton. La risposta fu “Si, si”, un po’ come dire “figurati se Newton fa una foto a te”. Invece quando andai lì, dopo tre giorni di lavoro per quella campagna, mentre ero seduto ad un tavolo con tutti gli assistenti, Newton mi guardò ed improvvisamente mi disse: “Tu, vieni qui!”. Mi fece alcune domande, io sapevo tutto su di lui e così ad un tratto mi disse: “A questo punto vedo che tu sai più di me, di quanto io ricordi della mia carriera: domani vieni con chi vuoi tu e facciamo la foto”.
A me son sempre piaciute le foto erotiche di Newton: lui è famoso per le donne nude, così gli proposi uno scatto di quel genere. “Fai quello che vuoi” - mi disse - “domani porta con te una donna che abbia queste scarpe. Però, voglio che tu indossi un abito da uomo classico”. Io non lo avevo, perché ero lì per fare un servizio fotografico e non per posare, quindi corsi a Firenze da “Luisaviaroma”, il cui proprietario Andrea, è un caro amico. Lì incontrai per caso un altro amico, che era in compagnia della moglie, una donna stupenda, a cui proposi: “Vuoi diventare famosa?”, e alla sua reazione incuriosita, aggiunsi: “Se vieni a Montecatini,” (che dista circa 40 chilometri da Firenze, NdR) “domani mattina, ti faccio fotografare insieme a me da Newton”.
Avevo con me un paio di scarpe della campagna pubblicitaria, un decolleté che avevo disegnato in bianco e nero, ed aggiunsi: “Sai, però, come è fatto Newton, è strambo, per cui è probabile che voglia ritrarti nuda…”. Al che lei replicò che per Newton era disposta a farlo.
Il giorno dopo, quando Helmut mi chiese: “Dove sono le scarpe?”, io risposi: “Ai piedi della signora con cui voglio posare”. Come me, rimase incantato dalla sua bellezza. Così oggi sono nei suoi libri, in mezzo a tanti personaggi famosi. Recentemente si è venduta all’asta a New York quella foto mia con Federica, ad un prezzo superiore alle altre, non so perché. Molti pensano, che sia quella mia originale, ma in realtà è una delle dieci copie in circolazione. Nel mondo della fotografia, fino a dieci sono copie ritenute uniche.

6. Quindi, Lei è diventato non solo un designer, ma anche un soggetto per l’arte?
Si, ad un certo punto sono diventato un modello. Dei miei due ritratti fatti da Wharol, dato che lui morì appena quindici giorni dopo avermi fatto il ritratto, ho potuto averne solo uno. Ero rimasto d’accordo che li avrei pagati in un anno, ma ne ho potuto ritirare solo uno. L’altro mio ritratto si trova in un famoso ristorante di New York, dove ci sono solo ritratti di Warhol: in mezzo a Schwarzenegger, ai presidenti e Lady Diana ci sono anch’io. Quindi, alla fine, sono diventato io stesso un’opera d’arte.

7. Lei è tra i maggiori cultori europei di arte contemporanea, oltre che collezionista: può raccontarci di questa sua passione?
La ragione per cui sono un grande collezionista è perché ho cercato di rendere possibili tutte le cose che per gli altri sono impossibili. Ho avuto dei quadri famosissimi che ho anche rivenduto. Per me è importante riuscire ad ottenere un’opera, ma se domani questo quadro va via, non mi metto a piangere: lo sostituisco con un altro. Per me funziona un po’ come per il cacciatore, che va nella giungla non per uccidere gli animali per mangiare, ma solo per poter dire: “Sono più forte di loro”. Solo che io non uccido animali ma compro quadri. Il mio è un desiderio di possesso, ma quando l’ho esaudito, poi posso pure farne a meno.
8. Ho notato che Lei ha una straordinaria capacità: intuisce in anticipo quali opere diventeranno famose, anche quelle di autori sconosciuti al momento.
Diciamo che si tratta di esperienza: da 50 anni mi interesso d’arte. Ho comprato la mia prima opera, “La sedia elettrica” di Andy Warhol, quando ne avevo 17: nessuno a quell’età, negli anni 70, da noi avrebbe acquistato quel tipo di quadro. 
Ho avuto sempre una visione della vita di respiro internazionale, tra Napoli e Parigi, che prima era la capitale di tutto: c’era il Cafè de Flore dove andavo a cena con David Hockney. Di più, diciamo che c’è stato tutto un movimento che è nato a Parigi, che mi ha dato tante possibilità: il prêt-à-porter è nato li. Io vestivo Kenzo e poi andavo a ballare con Kenzo, vestivo Saint Laurent e incontravo Saint Laurent assieme a Paloma Picasso e con tutte le star del momento. Era un giro selezionato, dove io sono entrato dalla porta principale sempre, come ho detto prima, per una serie di combinazioni. Quindi, la mia conoscenza dell’arte è dovuta anche alla gran vita che ho condotto. Proprio oggi, con Marcello (suo assistente, NdR), parlavamo di un locale di New York, il Palladium, di cui mi sfuggiva il nome, in fondo son trascorsi più di quaranta anni. Quando qualcuno mi chiede: “Tu hai conosciuto Warhol??”, io rispondo che mi ha cucinato la pasta! Voglio dire, cose che per altri appaiono irraggiungibili, per me sono state facilissime. E quindi, la mia conoscenza dell’arte è dovuta alla mia esperienza diretta personale: non ho mai scelto un quadro solo perché un curatore mi abbia detto, compra questo o compra quello.
9. Attualmente è impegnato nell’organizzazione di una mostra a Caserta, giusto?
Si, sto preparando una mostra a Caserta che si terrà a breve, intitolata “A Ferro e Fuoco”. Abbiamo deciso di chiamarla in questo modo io e Massimo Sgroi, che ne è il curatore, perché è una frase che si usava quando veniva conquistata una città. Un tempo si combatteva all’arma bianca, e c’erano le catapulte, quindi si diceva “mettere a ferro e fuoco”, e allora, ho trovato un legame tra questa espressione ed il periodo attuale - brutto - perché, al di là delle ragioni e dei torti, accettare una guerra in occidente oggi è una cosa impossibile. Io non posso parlare male dei russi, perché sono stato lì e ho conosciuto molti intellettuali e persone interessanti: nessuno di loro voleva una guerra. Non ho mai saputo di un russo che abbia detto di volere la morte di un'altra persona: al contrario, sono stato a contatto di un popolo moderno. Se vogliamo, la Russia, rispetto all’Europa, ha affrontato più tardi la cultura della crescita economica. Aveva una cultura antica, importante con gli zar, poi ha avuto un momento di defaillance con il comunismo, e adesso stava diventando una delle potenze più prestigiose del mondo: avrebbe potuto essere parte dell’Europa. Io sono stato a Mosca, poco tempo fa, ho mangiato su di un grattacielo da cui si vedeva tutta la parte moderna: era più bella di Tokio e di New York, era stupenda. E poi, donne magnifiche, gente di gusto. Ho pure fatto una performance in questo club di cucina che c’è a Londra e c’è anche in Russia. Voglio dire, se a te piace tutto questo, significa che non puoi volere una guerra. Il loro è un mondo un po' controverso, ma bellissimo.
Perciò, “A Ferro e Fuoco” è un titolo dal duplice significato, che fa riferimento anche al periodo che stiamo vivendo.
10. Un’altra sua grande passione è il Brasile: cosa l’attira di quel Paese?
Per un napoletano vivere a Rio è come vivere a Napoli: c’è il lungomare, dove tutti vanno a fare il bagno, e c’è la musica. Napoli non è Italia, tu lo sai, è un luogo a parte con una cultura a parte, una musica a parte, e con notevoli controsensi. Vi si trova la più grande nobiltà e la più grande criminalità. Voglio dire, come tutte le città, diciamo imperiali, c’è sempre questo forte contrasto: dove c’è tanta bellezza, c’è spesso anche molta contraddizione. Napoli è una città che vive molto di contrasti e Rio è uguale. Già San Paolo, che è molto più violenta, più pericolosa, ha questo aspetto simile a New York, o a Milano, di grande città, invece, a Rio c’è il cuore e la musica, come a Napoli. Non è che io sia innamorato del Brasile, sono innamorato di Rio che è unica, in quanto diversa da Bahia ed altri posti che sono troppo folcloristici. Rio è proprio lo specchio della realtà Napoletana.
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