The Capri Times
















Andrej Dubinin
Dalla Bielorussia con amore
Testo Caterina Marina Anselmo
Foto Natalia Galkina Novi
Marzo 2026
Ci troviamo ad Acerra, città della Campania ricca di storia e tradizione, nel suggestivo Palazzo Vescovile, situato nel cuore del centro storico. Le sale e i corridoi del palazzo, che custodiscono secoli di arte e cultura ecclesiastica, offrono lo scenario ideale per incontrare Andrej Dubìnin, pittore bielorusso originario di Minsk. Qui, tra affreschi, opere sacre e scorci che parlano di spiritualità e memoria, Andrei ci racconterà del suo percorso artistico, delle tecniche che predilige e del rapporto tra arte, famiglia e spiritualità.

Andrej, può raccontarci dei suoi inizi artistici e del suo percorso formativo?
Sono bielorusso, originario di Minsk, dove ho mosso i primi passi nel mondo dell’arte. Nel 1987 ho conseguito il diploma all’Accademia di Belle Arti della mia città e ho iniziato a lavorare come restauratore, un’esperienza che mi ha permesso di conoscere da vicino la tecnica e la storia dei grandi maestri. Successivamente ho dedicato quattordici anni all’insegnamento, sette nel contesto accademico e altri sette in un liceo artistico, trasmettendo la mia passione e le mie conoscenze ai giovani studenti. La mia vita cambiò quando visitai l’Italia: da quel momento è nata una vera e propria storia d’amore con questo Paese, le sue città, la sua arte e le sue tradizioni. Ad oggi ho realizzato tre mostre personali in Italia, due a Roma e una a Montone, in provincia di Perugia, esperienze che hanno segnato tappe importanti nel mio percorso artistico.


Quali differenze culturali ha notato tra Italia e Bielorussia?
Le differenze sono profonde: in Italia c’è grande rispetto per la tradizione artistica e il pittore viene considerato un Maestro. In Bielorussia, invece, l’artista è spesso visto come un operaio; non esiste la stessa cultura di acquisto o di apprezzamento per l’arte. In Italia, al contrario, molte case sono piene di opere originali, simbolo di una cultura artistica diffusa e radicata.


In che modo la sua famiglia ha influenzato la scelta di diventare artista?
La mia famiglia ha avuto un ruolo decisivo nella mia crescita artistica e personale. Mi ha sempre incoraggiato a coltivare la passione per l’arte, a non accontentarmi e a confrontarmi con il mondo al di fuori della mia città. Grazie al loro sostegno ho imparato l’importanza di viaggiare, esplorare nuove culture e cercare sempre opportunità per crescere professionalmente. La loro presenza mi dà sicurezza, motivazione e una spinta costante a dare il meglio, non solo per me stesso, ma anche per rendere orgogliosi chi mi sta accanto. Inoltre, le esigenze della famiglia mi spronano a lavorare di più, a guadagnare e a viaggiare, ampliando il mio orizzonte artistico e umano.

Ci può raccontare un episodio significativo legato alla sua vita familiare e al suo lavoro artistico?
Quando ho terminato i lavori nella chiesa di Cava de’ Tirreni, abbiamo celebrato il nostro matrimonio nella basilica. La nostra storia è molto romantica. Per comprare l’abito da sposa della mia futura moglie entrai in un negozio poco lontano dalla chiesa. Casualmente chiesi informazioni a una signora che stava sistemando le vetrine la quale, nel sentire la mia voce straniera, mi chiese chi fossi e di dove fossi. Le risposi che ero il pittore della basilica. Immediatamente fui accolto con grande gentilezza nel suo negozio farmi scegliere un abito che non vollero neppure farmi pagare. Inaspettatamente, mi chiese se avessi l’abito da sposo: non lo avevo, così mi portarono subito nel reparto uomo, dove ricevetti in regalo un foulard Gucci ed anche dei gemelli per polsini di Armani. La signora in questione era Pinella Passaro, la cui madre era molto devota a San Francesco d’Assisie fu per questo che, quando seppe che stavo lavorando alla basilica colpita dal terremoto, si sentì estremamente coinvolta. Avevo affrescato da zero circa settanta metri quadrati di soffitto e realizzato quadri e altre opere, un lavoro che le fece apprezzare il mio impegno e la mia dedizione che ricambiò nel modo che ho spiegato prima.

Come ha scoperto la basilica di Cava de’ Tirreni e come è riuscito a farsi conoscere dalla comunità locale?
Durante la mia seconda mostra personale a Roma, nei pressi di Piazza Venezia, visitavo spesso la Basilica dei Santi Apostoli. Avevo realizzato un catalogo dedicato ai santi apostoli in cui raffiguravo esclusivamente le loro mani, oltre a un’Ultima Cena e a dodici tondi di 70 cm di diametro.
Il presidente della “Fondazione Ducci”, Ambasciatore Paoli Dicci Ferraro di Castiglione mi contattò perché erano alla ricerca di rappresentazione particolare delle mani degli apostoli. Un suo collaboratore, originario di Cava de’ Tirreni, mostrò il mio lavoro al padre guardiano Luigi Petrone. Ero il quinto artista convocato: i primi quattro avevano rifiutato, soprattutto per la difficoltà di lavorare sul soffitto, a grande altezza. Io accettai senza esitazione. Un lavoro di tale portata non si può rifiutare, indipendentemente dal compenso o dalla fatica. Lavorare in Italia, per me, è già un premio. Ricordo anche l’accoglienza straordinaria ricevuta: accompagnati dal padre guardiano, trovavamo ovunque porte aperte, ospitalità, attenzione. Anche in ospedale, per semplici esami, siamo stati seguiti con grande premura. Ho capito che in certi luoghi la devozione si traduce in cura concreta verso le persone.

Il periodo trascorso a Cava de’ Tirreni è stato cruciale per la sua carriera. Può raccontarci meglio questa esperienza?
Il padre guardiano mi mostrò com’era la basilica prima del terremoto: il progetto prevedeva la fedele ricostruzione del soffitto e delle opere originarie. La mia unica proposta riguardava gli angeli, ai quali è stato dato i volti dei bambini scomparsi nel sismadel 1980 che aveva distrutto l’edificio. I fedeli portarono numerose fotografie e il padre guardiano ne scelse ventisette, provenienti dai paesi vicini. Ricordo in particolare una bambina, nipote di un elettricista, che perse la vita durante la tragedia; per lei furono curati con grande sensibilità anche i dettagli simbolici all’interno della chiesa. Questa esperienza mi ha insegnato quanto l’arte sacra sia intimamente legata alla comunità e alla memoria condivisa.
Quali tecniche e materiali predilige nel suo lavoro e perché?
Utilizzo principalmente pittura a olio su parete, oltre che su tela. Lavoro anche con stucco acrilico, rifinito con materiali acrilici, e impiego colori acrilici soprattutto per i dettagli e le rifiniture finali. Prima di iniziare ogni opera preparo sempre bozzetti e studi preliminari: spesso fotografo abiti antichi e altri elementi storici per poterli riprodurre con la massima fedeltà, come è avvenuto, ad esempio, per la Madonna delle Grazie e per i santi patroni di Acerra.
Su richiesta di don Gustavo, sto attualmente realizzando un arco decorativo. Per questo lavoro ho preparato un bozzetto ad acquerello che ne anticipa la composizione. Al centro è raffigurata la Madonna delle Grazie con il Bambin Gesù; alla sua destra compare Sant’Alfonso, rappresentato mentre protegge la diocesi, mentre alla sinistra della Madonna sono raffigurati i santi patroni di Acerra, San Cuono e suo figlio San Cuonello, santi originari della Turchia.
Mi è stato chiesto espressamente di rispettare l’iconografia tradizionale dei santi e anche la disposizione simbolica dei luoghi: Arienzo è rappresentata a sinistra, Acerra a destra, mentre in alto compare Napoli con il suo golfo. Al momento questa parte non è ancora pienamente visibile perché l’opera è ancora in fase di realizzazione, ma nel paesaggio si possono già riconoscere il Vesuvio, Afragola, l’isola di Ischia e altri dettagli del territorio, raffigurato simbolicamente come una terra protetta e benedetta dai santi.

Come descriverebbe il suo stile personale e quali elementi lo rendono distintivo?
Il mio stile è personale perché mi permette di sentirmi completamente a mio agio, in uno stato di serenità e raccoglimento. Ho studiato pittura classica all’Accademia di Belle Arti, concentrandomi sulla padronanza tecnica e sulla decorazione tradizionale, senza esplorare correnti moderniste come il cubismo.
Può parlarci del suo lavoro attuale, dei progetti in corso e della sua giornata tipo?
Attualmente lavoro qui ad Acerra, presso il Palazzo Vescovile, realizzando opere di arte sacra e quadri su commissione. Ho realizzato dipinti religiosi, nature morte, ritratti di vescovi e affreschi. Lavoro da solo, tutti i giorni fino alle sei del pomeriggio, compresi sabato e domenica, partecipando anche alla Messa.
Quale messaggio cerca di trasmettere attraverso il suo lavoro?
Nella tradizione ortodossa esiste la convinzione che il pittore non sia il creatore assoluto dell’opera, ma uno strumento nelle mani di Dio. Non considero ciò che realizzo come “mia” opera in senso assoluto: sono uno strumento. Se lo strumento è pulito, preparato e onesto, anche il risultato sarà di qualità.
Questo è il messaggio che desidero trasmettere: armonia, purezza, fede. Quando mi sento interiormente armonizzato, riesco a trasferire quell’armonia anche sulla parete, attraverso il ritmo delle linee e delle forme.
Ad Acerra mi sento come a casa. Mi è stata messa a disposizione una casa in canonica, perché inizialmente cercavo un affitto senza successo. Anni fa percorrevo ogni giorno sessanta chilometri partendo da Vietri sul Mare per arrivare fino a qui; oggi posso vivere il lavoro con maggiore raccoglimento.
L’arte, per me, è un cerchio che si chiude nell’armonia: quando l’uomo è in pace con sé stesso, può esprimere quella stessa armonia anche nell’opera che realizza.
Per questo artista, l’arte non è solo tecnica, ma un percorso spirituale. Non si considera il creatore assoluto, ma uno strumento attraverso cui la purezza e la fede prendono forma. Le sue opere trasmettono armonia e equilibrio, riflettendo la pace interiore che l’artista coltiva ogni giorno. Vivere e lavorare ad Acerra gli ha permesso di concentrarsi con tranquillità e dedizione, trasformando il lavoro in un dialogo tra sé stesso, il divino e chi osserva le sue opere. In questo modo, ogni linea, ogni forma e ogni colore diventano un messaggio di armonia, fede e bellezza.”

Continuiamo il nostro incontro con Andrej, guidati da Gaetano, responsabile dell’Ufficio Informatico della Diocesi, che ci accompagna come guida per mostrarci altri quadri realizzati dal pittore bielorusso.
Durante il percorso passiamo davanti ad alcune opere che furono trafugate circa cinquant’anni fa. Grazie a fotografie d’epoca è stato possibile per Andrej riprodurle realizzandole, cosi come richiesto, come se fossero antiche. Ha lavorato molto sull’effetto del tempo, utilizzando colori più spenti e tecniche pittoriche capaci di restituire l’aspetto delle opere originali.
Uno dei quadri trafugati è stato successivamente recuperato in Veneto dai Carabinieri, mentre per gli altri Andrej ha realizzato le riproduzioni basandosi proprio sulle immagini storiche disponibili.
Ci avviamo poi verso il Museo Diocesano, dove sono custoditi alcuni paramenti vescovili.
Qui don Gustavo Arbellino ha provveduto a far effettuare alcuni lavori per permettere l’ingresso a tutti, rendendo gli spazi più accessibili. Nel museo sono conservati diversi ex voto e numerosi paramenti esposti nelle teche.
In collegamento telefonico diretto, don Gustavo ci racconta alcune curiosità sui paramenti, tra cui quello particolarissimo appartenuto a monsignor Nicola Capasso: un abito di colore porpora molto elegante. Si tratta di abiti ufficiali del vescovo, non ecclesiastici in senso liturgico e non utilizzati durante le celebrazioni, ma destinati alle occasioni formali.
Tra gli elementi più caratteristici vi è il cappello tipico del vescovo, con sei nappe che contraddistinguono la dignità episcopale. C’è poi la cappa magna, un lungo mantello simile a quello dei sovrani. In origine lo strascico arrivava fino a dodici metri; nel tempo è stato ridotto a circa sei metri. Anche questo è un abito non liturgico, ma simbolo della dignità del vescovo.
Tra le opere raccontate c’è anche il quadro dell’Ultima Cena, che fu ritrovato nel 2006 in Veneto, all’interno di una proprietà privata.
Il vescovo è molto legato alla figura di Sant’Alfonso. Infatti, appena arrivato in diocesi, ha scritto una lettera dedicata proprio al santo. Sant’Alfonso è una figura molto importante per la diocesi: visse per nove anni ad Arienzo quando fu vescovo della diocesi di Sant’Agata dei Goti.
Ha inoltre fatto ristrutturare l’episcopio dove il santo visse durante quegli anni e il museo nel quale avvenne anche un celebre episodio di bilocazione.
Infine ha voluto che venisse realizzato anche un film dedicato a questa figura: il docufilm del regista Giuseppe Alessio Nuzzo, nato dalla lettera pastorale e dal dialogo spirituale con Sant’Alfonso. Il film è uscito nelle sale nel 2004, è andato in onda recentemente su TV2000 nel mese di gennaio ed è oggi disponibile anche in streaming.

A conclusione di questo incontro rivolgiamo un sentito ringraziamento ad Andrei Dubìnin per aver condiviso con noi non solo il suo percorso artistico, ma anche quello umano, fatto di ricerca, passione e continua evoluzione. La sua testimonianza ci offre uno sguardo autentico sul valore dell’arte come strumento di espressione e crescita personale.
Desideriamo inoltre esprimere la nostra gratitudine all’accompagnatore che ci ha guidati con disponibilità e competenza nei locali della chiesa, permettendoci di scoprire e comprendere più a fondo gli spazi che hanno fatto da cornice a questo incontro.
Grazie per la disponibilità, la profondità e la generosità con cui avete reso possibile questa esperienza.