The Capri Times

La leggenda racconta che...

  • Caterina Marina Anselmo 
Aprile 2026
C’è un luogo in Campania dove la fede non sussurra, ma esplode. Dove la terra respira sotto i piedi e il cielo sembra abbassarsi fino a toccare i cortili. A Pagani, la primavera non arriva: irrompe. E porta con sé tamburi che non chiedono permesso, mani che battono come cuori moltiplicati, voci che non pregano ma invocano.
Qui la devozione ha odore di fumo, di vino versato, di carne e di terra. Non è ordine, non è silenzio: è un disordine sacro, una febbre collettiva che attraversa i corpi e li rende parte di qualcosa di antico, viscerale, irriducibile.
Questa non è una festa. È un richiamo. E chi lo ascolta, anche una sola volta, non torna più indietro.

Siamo a Pagani (Sa), dove il tributo annuale alla Madonna delle Galline non è una
semplice ricorrenza, ma un’estasi collettiva: un rito primordiale che squarcia il velo dei
secoli e trascina il fedele in un vortice di suoni, piume e devozione assoluta.
TUTTO NASCE DAL FANGO, DALLA TERRA CHE CUSTODISCE SEGRETI.
La leggenda racconta che, nell’ottava di Pasqua, un gruppo di galline, razzolando con insistenza, riportò alla luce una tavola lignea raffigurante la Vergine del Carmelo, rimasta sepolta per secoli. Forse era stata nascosta per sottrarla alla furia distruttrice
dell’iconoclastia, o forse attendeva semplicemente il momento giusto per riemergere. In ogni caso, quel ritrovamento non fu solo la scoperta di un’immagine sacra, ma il risveglio dell’anima di un popolo.
Da allora, ogni anno, la Vergine torna tra la sua gente. Lo fa con dignità regale, eppure
profondamente terrena, circondata dal volo dei volatili e dall’abbraccio dei devoti. È un
legame indissolubile: la Madonna non appartiene ai libri di storia, ma alle strade, ai cortili e al battito sincopato delle tammorre.

I PROTAGONISTI: LE VOCI DEL CORTILE
Per capire davvero la Madonna delle Galline bisogna ascoltare chi vive nell’attesa di questi quattro giorni per un intero anno. Sono le mani, i piedi e i cuori di chi costruisce, suona, accoglie.
• Il tosellante che custodisce la memoria visiva della festa: ogni tosello è un racconto
fatto di simboli, terra e devozione.
• Il tammorraro che riporta il battito primordiale: il ritmo che unisce corpo e spirito, individuo e comunità.
• Il residente che offre ospitalità come rito

Vivere a Pagani durante la festa significa rinunciare alla privacy per aprirsi al mondo.
“In quei giorni non esistono serrature,” racconta Rita, residente in uno dei vicoli attraversati dal corteo. “La cucina è sempre accesa. Prepariamo i carciofi per la famiglia, ma sappiamo che ne offriremo a decine di sconosciuti. Se un forestiero passa e sente il profumo del ragù, è natule invitarlo. La Madonna ci ha insegnato che la grazia va condivisa, e noi lo facciamo attraverso il cibo.”
IL VENERDI IN ALBIS
Non è solo storia: è un legame di sangue e terra che ogni anno si rinnova nel venerdì in
Albis, quando le porte del Santuario si spalancano come un cuore che torna a battere dopo un lungo sonno.
È un boato di petardi, un lancio di coriandoli che tinge il cielo, ma soprattutto è il suono dei tammorrari. La folla è una marea umana che ondeggia all’unisono: non esiste distinzione tra il devoto in preghiera e il giovane che percuote la pelle tesa della tammorra.
Quando cala la notte, Pagani comincia a brillare di una luce diversa. È il momento
dell’ultimazione dei toselli. Nei vicoli, nelle corti e dietro i portoni, le famiglie lavorano
freneticamente per completare queste spettacolari macchine sceniche devozionali. Si respira un’aria di segretezza e orgoglio, in una sorta di gara silenziosa in cui bellezza e fede si fondono, e sacro e profano trovano spazio sotto lo stesso tetto.
IL SABATO LA FESTA CONTINUA
L’aria si fa densa, quasi solida, attraversata dal fumo delle fornacelle che diffondono
l’odore acre e irresistibile dei carciofi arrostiti. È un banchetto a cielo aperto, un’agape fraterna in cui lo straniero diventa fratello e il silenzio resta l’unico peccato non perdonato.

LA DOMENICA DELLA FESTA…’A MARONNA ESCE ’E NNOVE”.
Attraversa ogni vicolo, ogni cortile, ogni angolo della città, portando con sé un’energia che definire religiosa sarebbe riduttivo: è antropologia pura.
Non è una processione: è una marcia d’amore ininterrotta.
La Madonna non ha fretta. Deve vedere tutti, entrare in ogni cortile, ascoltare ogni
preghiera sussurrata tra la folla.
LA DEPOSIZIONE DELLE TAMMORRE
Il lunedì mattina, quando le ultime luci si ritirano dai vicoli e il paese sembra sospeso in un silenzio diverso, avviene un gesto che chiude il cerchio: la deposizione delle tammorre ai piedi della Madonna .. Non è una fine, ma un ritorno. Il ritmo che ha attraversato corpi e strade viene affidato al silenzio, come un respiro che si placa senza spegnersi davvero.
Eppure, quel battito non si disperde. Cambia forma.
È lo stesso ritmo che, nei giorni precedenti, ha trovato spazio anche tra i banchi di scuola, dove le mani dei bambini hanno imparato a riconoscere la pelle tesa del tamburo come si riconosce una lingua madre. Così la tammorra, deposta nel silenzio del rito, rinasce altrove: nelle aule, nei laboratori, nei gesti ancora incerti ma già pieni di memoria.

A PAGANI, LA TRADIZIONE NON SI CONCLUDE: SI TRASMETTE.
Tra la fine del suono e l’inizio dell’apprendimento, la festa trova il suo vero prolungamento nella scuola che diventa continuazione del cortile, e nel bambino che diventa custode
inconsapevole di un battito antico.
”La cultura è identità,” spiega una maestra impegnata in questi progetti. “Portare la
Madonna delle Galline a scuola non significa fare folklore, ma insegnare appartenenza.
Vedere bambini di sei anni riconoscere il ritmo di una vutata o spiegare il senso delle
offerte è la nostra più grande vittoria. La scuola diventa un ponte tra nonni e nipoti.”
Tra le iniziative più significative:
• il tosello didattico, con riproduzioni in scala dei cortili;
• i laboratori di tammorra, che trasformano l’ora di musica in un viaggio nelle radici;
• la presenza dei bambini in processione, spesso in abiti tradizionali.

LA VOCE DEL RITMO
In un mondo che corre veloce verso il digitale, mentre tutto sembra diventare immateriale, a Pagani c’è ancora chi impara il peso del legno, la tensione della pelle, il valore di un ritmo condiviso. I bambini crescono così, con le mani dentro la tradizione e lo sguardo rivolto al futuro.
Ma ogni tradizione, per restare viva, ha bisogno di una voce che sappia attraversare il tempo.
È nel suono, nel canto e nel battito che questa memoria continua a respirare.
Ed è proprio lì, in quel confine sottile tra eredità e trasformazione, che si inserisce la voce di Vincenzo Romano, cantore pellegrino e interprete di un linguaggio che non si è mai spento, ma continua a reinventarsi a ogni passo, a ogni festa, a ogni generazione e che ringrazio per aver accettato l’invito a contribuire a questo lavoro, con alcune domande che
forniranno di certo interessanti risposte.
Vincenzo, che ruolo ha, oggi, la musica della Madonna delle Galline nel panorama
delle tradizioni mediterranee? È ancora un linguaggio vivo o rischia di diventare
memoria?
V.R.: La musica della Madonna delle Galline è un ponte antico che unisce tutto il
Mediterraneo. È un ritmo che non appartiene solo a Pagani: è un respiro che viene da lontano, dalle rotte dei pellegrini, dai cortili delle nostre nonne, dai passi di chi ha danzato prima di noi. Quando canto alla Madonna delle Galline, non porto solo la mia voce: porto la voce di un popolo. Il tamburo non è uno strumento, è una memoria. Ogni colpo è un richiamo alla terra, alla Madre, alla comunità che si stringe attorno al sacro e al quotidiano.
Nel panorama delle tradizioni mediterranee, questa musica è un unicum: non è folklore,
non è spettacolo, non è intrattenimento. È rito. È identità. È un modo di stare al mondo. La Festa della Madonna delle Galline custodisce un linguaggio antico fatto di pelle, di passi, di sudore, di devozione. E il mio essere “Cantore Pellegrino” nasce proprio da questo: dal camminare tra le persone, dal raccogliere storie, dal restituire attraverso il canto ciò che la tradizione ci affida. Questa musica non si ascolta soltanto: si vive, si attraversa, si porta
dentro. È il cuore del Sud che continua a battere.
E cosa accade quando questa tradizione incontra i giovani, quando il ritmo antico
entra nei festival, nei palchi, nei contesti contemporanei? È trasformazione o
resistenza?
V.R.: I giovani e i forestieri reagiscono al Ritmo Festival come davanti a un richiamo antico che, senza saperlo, appartiene anche a loro. Quando il tamburo parte, cade ogni distanza: non importa da dove vieni, quale lingua parli o che storia hai. Il ritmo è un codice universale, un linguaggio che il corpo riconosce prima ancora della mente. I giovani, soprattutto, sentono che questa tradizione non è un museo: è viva, respira, si muove. Nel Ritmo Festival trovano un luogo dove possono avvicinarsi senza paura di “non sapere”, perché la festa non chiede competenze, chiede presenza.
E loro rispondono con entusiasmo, con curiosità, con quella libertà che solo le nuove generazioni sanno portare. I forestieri, invece, restano colpiti dalla forza rituale di ciò che vedono. Capiscono subito che non è folklore da cartolina: è un rito che si rinnova, un gesto collettivo che li accoglie e li coinvolge. Molti mi dicono che qui ritrovano qualcosa che credevano perduto: il senso di comunità, il sacro che si mescola alla vita quotidiana, la musica che diventa identità. Il Ritmo Festival è questo: un ponte. Tra chi custodisce e chi scopre, tra chi ricorda e chi impara, tra la tradizione pura e la contemporaneità che avanza. E quando vedo giovani e forestieri danzare insieme ai nostri
anziani, capisco che la tradizione non è mai ferma: cammina, cresce, si lascia attraversare. E continua a parlare al mondo.

Ma soprattutto: cosa significa, oggi, per un bambino di Pagani, impugnare una
tammorra? È solo un gesto imparato o è già appartenenza?
V.R: Il coinvolgimento dei più piccoli non è un dettaglio folkloristico: è la linfa vitale della festa. Un bambino che impugna una tammorra non sta semplicemente “suonando”: sta entrando in un mondo antico, sta toccando con mano una memoria che non si insegna sui libri, ma si trasmette
attraverso i gesti, gli sguardi, il respiro della comunità. Per me è fondamentale che un bambino di Pagani sappia tenere in mano una tammorra perché quel gesto contiene tutto: la storia della nostra terra, la voce dei nostri antenati, la forza della Madre, il ritmo che ci tiene uniti. È un atto identitario,
un modo per dire: “Io appartengo a questa comunità, e questa comunità appartiene a me”. Quando un bambino suona, la festa si rinnova. Quando un bambino danza, la tradizione si mette in cammino verso il futuro. E quando un bambino ascolta, impara che la devozione non è un rito distante, ma un’esperienza viva, fatta di pelle, di mani, di cuore. La tammorra, nelle mani di un piccolo, diventa un’eredità che non pesa: vibra. E quelle vibrazioni sono la garanzia che la nostra festa non morirà mai, perché continuerà a battere nel ritmo delle nuove generazioni.
UN’EREDITÀ SCRITTA NEL VENTO E SULLA PELLE
Quando le luci dei toselli si spengono e l’eco delle nacchere svanisce tra i vicoli di Pagani,
ciò che resta non è il silenzio, ma il calore di una comunità che si è ritrovata.
La Madonna delle Galline non è un evento da osservare: è un organismo vivente che
respira attraverso le mani di chi apre i cortili, la passione dei tammorrari e, soprattutto,
l’energia dei bambini.
Per chi viene da fuori, questo rito è una lezione di umanità. Ricorda che, nell’era
dell’immateriale, esiste ancora qualcosa di fisico e profondamente vero: il profumo della legna, il sapore del cibo condiviso, il ritmo che unisce.
A questo punto non ci resta che invitare i lettori vicini e lontani a non limitarsi ad
immaginare ciò che è stato esposto,
VI invitiamo a venirci dentro, a perdersi tra i vicoli di Pagani, lasciando che il ritmo vi
raggiunga prima ancora di capirlo, ad accettare un piatto caldo da mani che non
conoscete e che, in quell’istante, diventano le vostre. Vi esortiamo a non cercare spiegazioni: qui non servono. Qui si sente, si attraversa, si vive.
E quando tornerete a casa, forse con ancora addosso l’odore del fumo e il battito della
tammorra nelle orecchie, vi accorgerete che qualcosa è rimasto. Un frammento di quella
terra, un’eco di quella voce collettiva.
Perché certe feste non finiscono.
Restano dentro. E continuano a chiamarvi.