E cosa accade quando questa tradizione incontra i giovani, quando il ritmo antico
entra nei festival, nei palchi, nei contesti contemporanei? È trasformazione o
resistenza?
V.R.: I giovani e i forestieri reagiscono al Ritmo Festival come davanti a un richiamo antico che, senza saperlo, appartiene anche a loro. Quando il tamburo parte, cade ogni distanza: non importa da dove vieni, quale lingua parli o che storia hai. Il ritmo è un codice universale, un linguaggio che il corpo riconosce prima ancora della mente. I giovani, soprattutto, sentono che questa tradizione non è un museo: è viva, respira, si muove. Nel Ritmo Festival trovano un luogo dove possono avvicinarsi senza paura di “non sapere”, perché la festa non chiede competenze, chiede presenza.
E loro rispondono con entusiasmo, con curiosità, con quella libertà che solo le nuove generazioni sanno portare. I forestieri, invece, restano colpiti dalla forza rituale di ciò che vedono. Capiscono subito che non è folklore da cartolina: è un rito che si rinnova, un gesto collettivo che li accoglie e li coinvolge. Molti mi dicono che qui ritrovano qualcosa che credevano perduto: il senso di comunità, il sacro che si mescola alla vita quotidiana, la musica che diventa identità. Il Ritmo Festival è questo: un ponte. Tra chi custodisce e chi scopre, tra chi ricorda e chi impara, tra la tradizione pura e la contemporaneità che avanza. E quando vedo giovani e forestieri danzare insieme ai nostri
anziani, capisco che la tradizione non è mai ferma: cammina, cresce, si lascia attraversare. E continua a parlare al mondo.