The Capri Times























Perché l'arte dovrebbe essere libera?
Intervista con Maxim Derevyanko
Ottobbre 2026
La storia del film non nasce dall’ambizione di raccontare un artista celebre, ma da una domanda personale del regista: a che cosa serve l’arte e ne abbiamo davvero bisogno?
Massimo è cresciuto in una famiglia profondamente legata al teatro. Il bisnonno, Florestano Belli, nel 1922 divenne primo violino dell’orchestra del Teatro dell’Opera di Roma, mentre la madre, Paola Belli, aveva studiato nella scuola di danza dello stesso teatro e aveva fatto parte della compagnia fino al 1994. Quasi un secolo dopo, Massimo si è ritrovato a sua volta immerso in quel medesimo mondo teatrale, questa volta con una macchina da presa in mano. Così, il lavoro professionale si è gradualmente trasformato in un’indagine personale sul significato dell’arte.
Al centro del film c’è l’artista cinese Ai Weiwei e il suo lavoro sulla Turandot di Giacomo Puccini. Per Derevianko non si tratta semplicemente di un’occasione per sbirciare dietro le quinte di una grande produzione. Attraverso i parallelismi tra la trama dell’opera e la vicenda personale dell’artista, il regista riflette sulla dittatura, sull’oppressione e sulla libertà di espressione. Senza interferire nel processo creativo del protagonista, sceglie piuttosto di osservare, ascoltare e cercare il pensiero che si cela dietro il gesto artistico.
Maxim, l'opera "Turandot" di Puccini è un'opera con una grande storia e una tradizione performativa consolidata. Cosa succede quando l'artista Ai Weiwei, noto per la sua visione indipendente e a volte provocatoria arriva in questo mondo? Hai filmato la collisione di due linguaggi artistici o la nascita di un terzo?
Il tuo film è dedicato a un artista cinese che recita per la prima volta un ruolo in Turandot. Cosa ti ha interessato di più in questa esperienza: l'artista stesso, il suo rapporto con la tradizione operistica, o come una persona di un altro mondo culturale entra nell'arte europea?
Provo a rispondere a queste due domande insieme. Il progetto nasce perché io lavoravo al teatro dell'Opera di Roma come videomaker, realizzando i vari contenuti promozionali. Sono anche molto legato al teatro perchè nel 1922 il mio bisnonno, Florestano Belli, entrò come primo violino dell'orchestra del Teatro dell'opera di Roma, negli anni '70 mia madre Paola belli entrò nella scuola di danza del Teatro dell'Opera di Roma e poi ballò come Solista della compagnia del Teatro fino al 1994. Dopo quasi 100 anni, mi ritrovavo a lavorare nello stesso posto dove lavorava anche il mio bisnonno e mia madre, questo mi ha fatto scattare la scintilla: voglio realizzare qualcosa che sia importante per me, per la mia famiglia e per quel posto. Così decisi e scrissi un documentario non che raccontasse la storia del posto, ma sulla grande macchina del teatro e sulle vite che ne fanno parte. Ma sopratutto volevo dare una risposta sul sento dell'arte, del teatro, perchè si fa arte, a che serve e ne abbiamo veramente bisogno?
Così insieme a Michele Cogo, co-autore del Documentario, cercammo quale potesse essere la produzione più giusta per raccontare qualcosa di speciale e trovare una risposta alle mie domande e vedemmo nel programma Ai Weiwei. Da subito abbiamo pensato che sicuramente sarebbe stata una produzione diversa e speciale.
Il risultato di questo documetnario è stata l'unione della ricerca alle mie domande sul senso dell'arte e come Ai Weiwei usa l'arte come mezzo per veicolare un messaggio. Quindi io non ho mai interferito in nulla durante le riprese, perchè non volevo disturbare l'artista nel suo processo creativo, ma al contrario osservarlo e capirlo. Ho cercato di individuare il cuore e il pensiero dietro al suo lavoro cercando di dare una risposta alle mie domande più esistenziali.
Poi attraverso il montaggio siamo riusciti a creare un parallelo tra la trama dell'opera Turandot e la vita stessa di Ai Weiwei e vedere Ai Weiwei come Calaf e Turandot come metafora delle dittature, dell'oppressione. In questo modo credo che siamo riusciti a raccontare l'opera e l'artista a 360 gradi rimanendo fedeli al suo pensiero. Anche perchè Ai Weiwei ha appoggiato fino all'ultimo il progetto e ci ha aiutato molto.
L'opera è un'arte in cui musica, voce, corpo, spazio e immagine visiva si intrciano. Quale di queste si è rivelato il più importante per te come regista? E cosa riesce a rivelare la macchina da presa allo spettatore, qualcosa che lui non nota dal pubblico?
Sinceramente non credo che ci sia un elemento più importante, si completano e sono tutti essenziali, sopratutto in una forma d'arte come l'opera. La camera da presa ha sicuramente la potenza di amplificare ed infilarsi dove l'occhio umano non può e questa credo che sia la vera forza, ma anche una grande responsabilità.
Ai Weiwei è abituato a porre domande al mondo lui stesso e a rompere il consueto quadro di squadra. Come hai lavorato con un'artista di tale calibro e carattere? Hai dovuto riconsiderare la tua idea di regia?
Non ho assolutamente dovuto ripensare alla regia, ansi la forza e la levatura del personaggio di Ai Weiwei non hanno fatto altro che amplificare quello che io chiedevo. Chi meglio di Ai Weiwei poteva parlare sul senso dell'arte? Lui e le persone che insieme a lui hanno portato in scena Turandot hanno l'autorità e la conoscenza per parlare di un tema come l'arte e la libertà di espressione. Il mio rapporto con lui è sempre stato molto diretto e soprattutto onesto e questo credo che sia stata la chiave che mi ha permesso di filmarlo e di fidarsi di me fina da subito.

Maxim, sei cresciuto in una famiglia degli artisti di balletto. Quanto questa educazione ha influenzato la tua percezione del corpo umano, del movimento e del palcoscenico? C'è qualcosa della coreografia del balletto nel tuo cinema - anche quando vedi non una danza, ma una persona dietro le quinte?
Sicuramente essere cresciuto e aver lavorato tanto tempo dentro un teatro mi ha dato la conoscenza e l'accesso a sapermi muovere all'interno di una grande macchina rispettando le gerarchie, ma anche potermi muovere ovunque in maniera trasversale, conoscendo e parlando sempre con le persone più giuste. Sicuramente a livello inconscio l'estetica della danza mi ha influenzato, ma non saprei nel linguaggio cinematografico quanto e come, forse lo lascerei decidere a chi guarda i miei contenuti.
Lavori con documentari, ma la drammaturgia e il linguaggio visivo sono importanti nei tuoi progetti. Qual è il limite tra osservare la realtà e intervento autorale per te? A che punto un documentarista ha il diritto di dirigere ciò che sta accadendo, e quando dovrebbe ritirarsi?
Secondo me l'osservazione deve essere sempre attiva in un documentario e mai passiva. Un regista ddi documentari deve conoscere molto bene quello che ha intenzione di documentare per sapere esattamente sempre quando accendere o spegnere la camera. Io personalmente conosco molto bene i tempi e i meccanismi per la messa in scena di uno spettacolo, quindi sapevo quando e dove riprendere per raccontare le cose che mi interessavano. Non avevo bisogno di interrompere quello che mi accadeva davanti, perchè sapevo che stavo girando già qualcosa che cercavo.
Ваша фильмография охватывает очень разные миры - от Ars Erotica до музыкальных проектов и Ai Weiwei’s Turandot. Что объединяет эти работы? Вы ищете определённый тип героев или Вас прежде всего интересуют моменты, когда человек выходит за пределы привычного представления о себе?
A me piace cambiare, mi piace sperimentare e per questo se uno guarda tutti i miei lavori c'è una grandissima varietà di stili, tecniche e linguaggi. Ho fatto documentari sull'arte, ma anche pubblicità adrenaliniche per brand di kitesurf, oppure fashion films, pubblicità corporate. Credo che proprio il variare questi linguaggi mi aiuta raccontare al meglio la storia, proprio perché non ripeto ogni volta la stessa cosa. Personalmente poi non cerco qualcosa in particolare, ma cerco sempre una bella storia, che possa parlare alla contemporaneità, avere un impatto sociale se possibile e sia onesta e vera.
Hai fotografato persone d'arte per cui la creatività non è solo una professione, ma uno stile di vita. Cosa ti colpisce di più oggi in un vero artista? E la tua comprensione della creatività è cambiata nel corso degli anni?
Un artista mi colpisce se riesce a parlare ad un grande pubblico, se quello che fa ha un impatto reale che sia sociale o emotivo. Secondo me questo è il ruolo di un artista, almeno questa è la risposta che mi sono dato dopo essere riuscito a finire il documentario "Ai Weiwei's Turandot", dove ne abbiamo viste di molte tra pandemia e lo scoppio del conflitto Russo-Ucraino.
San Carlo è uno dei teatri d'opera più antichi d'Europa. Cosa, secondo te, permetta al teatro storico di rimanere vivo e di non trasformarsi in un bellissimo museo? L'arte contemporanea può entrare in dialogo con la tradizione senza distruggerla?
I teatri hanno il dovere di continuare a sperimentare e portare proposte nuove (più belle o meno belle). I teatri a tutti gli effetti, oltre ad essere dei templi dell'arte, ma sono delle aziende con dipendenti e persone che lavorano per proporre sempre qualcosa di nuovo, non solo quello che è stato fatto. In qualche modo l'opera, la musica e la danza sono arrivati a noi e questo perchè c'è sempre stato qualcuno che ha proposto cose nuove. Poi è il tempo a consacrare le opere che rimangono e quelle che vengono dimenticate, ma i teatri devono sempre proporre cose nuove, altrimenti tra 100 anni staremmo facendo sempre e solo le stesse identiche cose e a quel punto l'arte perderebbe di senso perchè si staccherebbe dalla realtà in cui vive.