Maxim, l'opera "Turandot" di Puccini è un'opera con una grande storia e una tradizione performativa consolidata. Cosa succede quando l'artista Ai Weiwei, noto per la sua visione indipendente e a volte provocatoria arriva in questo mondo? Hai filmato la collisione di due linguaggi artistici o la nascita di un terzo?
Il tuo film è dedicato a un artista cinese che recita per la prima volta un ruolo in Turandot. Cosa ti ha interessato di più in questa esperienza: l'artista stesso, il suo rapporto con la tradizione operistica, o come una persona di un altro mondo culturale entra nell'arte europea?
Provo a rispondere a queste due domande insieme. Il progetto nasce perché io lavoravo al teatro dell'Opera di Roma come videomaker, realizzando i vari contenuti promozionali. Sono anche molto legato al teatro perchè nel 1922 il mio bisnonno, Florestano Belli, entrò come primo violino dell'orchestra del Teatro dell'opera di Roma, negli anni '70 mia madre Paola belli entrò nella scuola di danza del Teatro dell'Opera di Roma e poi ballò come Solista della compagnia del Teatro fino al 1994. Dopo quasi 100 anni, mi ritrovavo a lavorare nello stesso posto dove lavorava anche il mio bisnonno e mia madre, questo mi ha fatto scattare la scintilla: voglio realizzare qualcosa che sia importante per me, per la mia famiglia e per quel posto. Così decisi e scrissi un documentario non che raccontasse la storia del posto, ma sulla grande macchina del teatro e sulle vite che ne fanno parte. Ma sopratutto volevo dare una risposta sul sento dell'arte, del teatro, perchè si fa arte, a che serve e ne abbiamo veramente bisogno?
Così insieme a Michele Cogo, co-autore del Documentario, cercammo quale potesse essere la produzione più giusta per raccontare qualcosa di speciale e trovare una risposta alle mie domande e vedemmo nel programma Ai Weiwei. Da subito abbiamo pensato che sicuramente sarebbe stata una produzione diversa e speciale.
Il risultato di questo documetnario è stata l'unione della ricerca alle mie domande sul senso dell'arte e come Ai Weiwei usa l'arte come mezzo per veicolare un messaggio. Quindi io non ho mai interferito in nulla durante le riprese, perchè non volevo disturbare l'artista nel suo processo creativo, ma al contrario osservarlo e capirlo. Ho cercato di individuare il cuore e il pensiero dietro al suo lavoro cercando di dare una risposta alle mie domande più esistenziali.
Poi attraverso il montaggio siamo riusciti a creare un parallelo tra la trama dell'opera Turandot e la vita stessa di Ai Weiwei e vedere Ai Weiwei come Calaf e Turandot come metafora delle dittature, dell'oppressione. In questo modo credo che siamo riusciti a raccontare l'opera e l'artista a 360 gradi rimanendo fedeli al suo pensiero. Anche perchè Ai Weiwei ha appoggiato fino all'ultimo il progetto e ci ha aiutato molto.