The Capri Times

























In occasione di “Racconti per Ricominciare”, il Green Festival del Teatro al Tramonto ambientato nei tesori della Campania, per l’edizione 2026 Nadia Baldi racconta “Fuoco su Napoli”, lo spettacolo che intreccia storia, emozioni e anima della città.
  • Caterina Marina Anselmo 
  • Foto Natalya Galkina Novi
Maggio 2026
“Salutiamo, in apertura, i lettori che ci seguono e a cui dedichiamo, per il mese di maggio, le pagine speciali di Racconti per Ricominciare 2026, il green festival di teatro al tramonto che attraversa alcuni dei luoghi più suggestivi della Campania con spettacoli all’aperto, site-specific, immersi nel patrimonio culturale e paesaggistico. Il festival, da anni, trasforma alcuni dei luoghi più belli della Campania in spazi vivi di arte, memoria e incontro, creando un dialogo continuo tra spettacolo, territorio e pubblico. Ci approcciamo, quindi, ad un’esperienza teatrale diffusa, itinerante ed ecosostenibile, tra arte, natura e memoria: un percorso immersivo per riscoprire, frequentare e vivere insieme i tesori del territorio
Oggi, 22 maggio , ci troviamo al Porto del Granatello, antico approdo borbonico affacciato sul golfo di Napoli, oggi spazio sospeso tra mare e città che, al tramonto, si trasforma in un palcoscenico naturale a cielo aperto. Qui il paesaggio diventa scena e la luce del mare accompagna lo sguardo dello spettatore, in un dialogo continuo tra architettura storica e teatro contemporaneo.
In questo scenario prende forma l’incontro con la regista Nadia Baldi, una delle protagoniste artistiche di questa edizione di Racconti per Ricominciare, che ci accompagnerà in un dialogo
fatto di emozioni, parole e immagini, tra il fascino del mare e la luce del tramonto.




Nadia Baldi con Caterina Marina d'Ansemo Durante l'intervista
Chi è oggi Nadia Baldi come regista e come descriverebbe il suo percorso artistico fino a questo momento?
Una sorta di Don Chisciotte, perché credo che tutto sia possibile attraverso l’arte. Mi sento follemente viva nel mondo: ovunque vada, tutto mi attrae, mi incuriosisce e si trasforma in un impulso creativo.
Proprio come oggi: da pochi giorni ho terminato le riprese di un film e ora mi trovo nella fase di montaggio. Vivo nella convinzione che il cinema, il teatro e l’arte siano l’unica vera fonte capace di darci senso, equilibrio, pace e libertà. Tutto il resto, spesso, è più discutibile.
Per chi la incontra attraverso Racconti per Ricominciare 2026, come si presenterebbe come regista e quale idea di teatro guida il suo lavoro oggi?
Mi presento sempre come se fosse la prima volta. Ho sempre la sensazione di aver sbagliato tutto, di non essere all’altezza. E così mi presento come una bambina davanti a un gioco insieme pericoloso e interessante, che richiede energia, attenzione e soprattutto pazienza da mettere in campo.
Non amo il teatro in giacca e cravatta, non amo il teatro borghese. Amo tutto ciò che ha la capacità di evocare emozioni. Per me il teatro è emozione: se questo non accade, allora non è successo nulla.




Nadia Baldi
Quanto incide il luogo in cui va in scena lo spettacolo, che stasera si svolge al Porto del Granatello, sulle sue scelte registiche e sulla resa complessiva dell’opera, e in che modo eventuali differenze tra le diverse location influenzano il lavoro?
Fuoco su Napoli trova casa ovunque. Questo esperimento teatrale, realizzato senza musica e senza luci artificiali, soltanto alla luce del sole, diventa ogni volta una strana vicenda, unica! Il luogo accompagna il processo creativo, ma siamo anche noi a lasciare qualcosa ai luoghi che attraversiamo. Nel festival Racconti per Ricominciare, questo principio è centrale: l’attore diventa assoluto e si connette profondamente con lo spazio. Ma allo stesso tempo è il luogo stesso a entrare in relazione con l’attore e con ciò che accade in scena.Ci troviamo in un luogo straordinario — il mare, Capri all’orizzonte, il Vesuvio — ma, per la natura stessa di questo lavoro, tutto ciò non è indispensabile alla creazione scenica.
E quindi non possiamo certamente dire che le diverse location influenzino il lavoro, visto che Nadia ha detto esattamente il contrario: è il lavoro stesso a dare valore al luogo.
Sì, esatto. Nel caso di Racconti per Ricominciare, il festival è costruito proprio in questi termini: l’attore diventa assoluto protagonista e deve, in qualche modo, connettersi con il luogo in cui si trova. Ma, in realtà, è il luogo che si connette con l’attore e con ciò che viene espresso.
Non è il contrario. E noi siamo sicuramente in un posto meraviglioso: abbiamo Capri di fronte, il mare, il Vesuvio. Abbiamo tutto. Ma questa volta, proprio per la formula adottata da Racconti per Ricominciare, l’ambientazione non è indispensabile al processo creativo che abbiamo messo in campo.




Ci troviamo a pochi minuti dall’inizio della rappresentazione. Quali emozioni stai vivendo in questo momento?
Prima di andare in scena è sempre come una prima volta. Hai sempre paura di aver sbagliato tutto, sei preoccupata, emozionata. E soprattutto sento l’emozione delle mie attrici, che giustamente si fidano di me, del lavoro che abbiamo costruito insieme e delle scelte che ho fatto per loro. C’è una grandissima responsabilità.
E come immagini che sarà dopo?
Spero vada tutto bene, davvero. Spero che il pubblico si emozioni perché, per me, la cosa più importante a teatro è proprio l’emozione. Vedremo dagli applausi.
A proposito delle attrici citate poco fa e coinvolte in questa serata, vuoi raccontarci qualcosa di loro e del lavoro costruito insieme per dare vita ai personaggi e alla messa in scena?
Abbiamo Ludovica, Gaia, Barbara e Gioia: quattro attrici molto diverse tra loro, giovani, con cui lavoro da tempo attraverso percorsi laboratoriali costruiti insieme.
Le ho scelte perché hanno energia, capacità di sintesi e soprattutto un ascolto profondo rispetto alle proposte. Non sono soltanto interpreti, ma anche creatrici: tra noi si attiva uno scambio continuo fatto di fiducia, ascolto e gioco.
Hanno la capacità di lasciarsi plasmare in modo positivo e, insieme, riusciamo davvero a costruire qualcosa di autentico.




Come descriverebbe il rapporto con lo staff e l’organizzazione di Racconti per Ricominciare? Quali sono stati i principali punti di forza nel lavoro di produzione e allestimento dello spettacolo?
Lavoro a questo progetto fin dalla prima edizione, quindi ogni anno accolgo con piacere questo invito. Con l’organizzazione esiste un rapporto consolidato anche al di fuori del festival: sono professionisti qualificati e credo che l’idea alla base della rassegna sia davvero vincente.
Un punto di forza è Sicuramente la scelta delle location. È una scelta bellissima, perché il pubblico viene invitato a scoprire luoghi che forse non avrebbe mai visitato, a viverli alla luce del giorno, a esplorarli prima dello spettacolo.
È un’idea importante, anche perché coinvolge tutta la regione e non soltanto Napoli.
Ci sono state criticità particolari?
No, sinceramente credo che chiunque lavori nell’ambito del teatro meriti ammirazione, perché è un ambiente complesso, spesso destinato a pochi eletti. Per questo penso che chi porta avanti questi progetti debba essere sempre applaudito.
Quando dico “luogo per pochi eletti” intendo dire che questa struttura nasce da piccoli monologhi, ma è anche un lavoro che ho già affrontato e sul quale sto elaborando una sceneggiatura.
È un progetto che merita molta visibilità, perché contiene una grande varietà di emozioni e offre a tutti la possibilità di rispecchiarsi nei personaggi e di riflettere.Per questo invito tutti a leggere Fuoco su Napoli: un romanzo davvero da non perdere.

Poi mi dirai cosa ne pensi quando lo avrai letto.
A conclusione di questo dialogo, vuole presentarci le attrici coinvolte nello spettacolo e raccontare che tipo di lavoro hanno costruito con lei nel dare vita ai personaggi e alla messa in scena?
Abbiamo Ludovica, Gaia, Barbara e Gioia: quattro attrici molto diverse tra loro, giovani, con cui lavoro da tempo attraverso le varie fasi laboratoriali costruite insieme.
Diamo la parola a loro...
Come state vivendo questo momento che precede l’ingresso in scena e con quale stato d’animo vi preparate ad affrontare il pubblico al Porto del Granatello?
È un percorso che non parte da oggi, ma nasce innanzitutto dall’incontro con il libro di Ruggero Cappuccio, Fuoco su Napoli, e dalla trasposizione drammaturgica che ne ha fatto Nadia, insieme a noi, all’autore e sotto la sua supervisione artistica. Unasupervisione che, come sempre, riesce a cogliere il meglio anche da un gesto minimo, da un suono, o da uno spazio meraviglioso come questo.
Speriamo quindi che il pubblico riesca a concentrarsi e ad ascoltarci, senza lasciarsi distrarre dalla bellezza dei luoghi. Di certo siamo onorate di stare qui a dare voce a questo libro.




Che tipo di lavoro avete costruito con la regista Nadia Baldi per arrivare ai vostri personaggi e cosa avete portato di personale nel processo creativo?
Abbiamo dei monologhi molto intensi, profondi, che affrontano tematiche importanti. Per questo il nostro vissuto personale deve entrare nel lavoro in maniera molto delicata, senza mai sovrastare il testo. Credo che Nadia sia stata straordinaria in questo. Inoltre, noi quattro — avendo lavorato con lei al libro già da tempo, in qualità di sue allieve — abbiamo avuto l’opportunità di costruire un percorso condiviso che portiamo avanti da anni, anche attraverso lo studio del libro stesso.
Qual è stata la sfida più importante nel lavorare in uno spazio all’aperto, dove la natura e il contesto diventano parte integrante della scena?
Forse proprio quella di riuscire a mantenere viva l’attenzione del pubblico, sperando che non si distragga. Lavorare in uno spazio aperto è completamente diverso rispetto a uno chiuso: è un lavoro più essenziale, più nudo.
Come diciamo spesso, si lavora “col nulla”: l’attore diventa il protagonista assoluto, perché non ci sono luci, scenografie o apparati tecnici su cui appoggiarsi. Ci sono soltanto l’attore, il pubblico e lo spazio stesso, che diventa parte integrante della rappresentazione.
Secondo me, anche calarsi in questo personaggio — che in qualche modo racchiude tutti i personaggi del libro — significa immergersi profondamente in Napoli, attraversarla e viscerarla non solo sul piano sociale, ma anche su quello artistico e geografico.
Per questo credo che siamo nel posto giusto, nel momento giusto, e ci auguriamo che tutto vada per il meglio. Utilizzare uno spazio aperto richiede un approccio completamente diverso: bisogna imparare a lavorare con l’essenziale, lasciando che siano la parola, il corpo e l’emozione a sostenere tutto il peso della scena.




C’è un momento o un passaggio dello spettacolo che sentite particolarmente vostro o che vi rappresenta più di altri?
Su questo, in realtà, la risposta è più complessa. Insegna anche Nadia che attore e personaggio sono due identità distinte, che non devono mai entrare in contatto, se non nel momento in cui l’attore si spoglia di sé e indossa il personaggio.
Per questo è importante non cercare punti in comune con il personaggio: altrimenti si rischia di “sporcarlo” con la propria individualità e di non restituirlo in modo autentico.
Ripeto la domanda rivolta precedentemente a Nadia:
Che relazione desiderate creare con il pubblico questa sera e quale emozione o riflessione sperate rimanga agli spettatori dopo lo spettacolo?
È un rapporto diretto con il pubblico, costruito attraverso la parola e l’emozione. L’obiettivo è proprio quello di riuscire a trasmetterla, nella speranza che il pubblico possa riconoscersi nelle nostre parole e nella performance, sentendosi profondamente coinvolto.
Abbiamo anche dei monologhi forti, a tratti controversi, che vogliono interrogare e provocare una riflessione, senza lasciare indifferenti.
Cosa sperate che resti negli spettatori dopo la visione?
Un’emozione, qualcosa che possa averli turbati, colpiti o meravigliati. Qualcosa capace di coinvolgere altre persone e di spingerle a partecipare alla rappresentazione, facendo nascere il desiderio di dire agli altri di venire a vedere lo spettacolo.
E, in fondo, il modo migliore per far circolare questo lavoro è molto semplice: se lo spettacolo è piaciuto, raccontatelo, condividetelo.
Cosa sperate che resti negli spettatori dopo la visione?
Un’emozione, qualcosa che possa averli turbati, colpiti o meravigliati. Qualcosa capace di coinvolgere altre persone e di spingerle a partecipare alla rappresentazione, facendo nascere il desiderio di dire agli altri di venire a vedere lo spettacolo.
E, in fondo, il modo migliore per far circolare questo lavoro è molto semplice: se lo spettacolo è piaciuto, raccontatelo, condividetelo.
Per noi componenti dello staff, quello di stasera rappresenta il terzo lavoro realizzato in questo contesto: un percorso inaugurato nel 2020 con Ernesto Lama e proseguito successivamente nel 2021 con Patrizio Oliva. Un’esperienza che, dopo qualche anno di pausa , si arricchisce di nuove prospettive e che continua a confermare il valore di un teatro capace di dialogare profondamente con i luoghi che lo ospitano. Ogni edizione ha rappresentato un’occasione di incontro tra linguaggi diversi, artisti e pubblico, in uno scambio costante che rende ogni appuntamento unico e irripetibile. Anche questa tappa al Porto del Granatello si inserisce in questo percorso di crescita condivisa, in cui il lavoro organizzativo e creativo si intreccia con la forza evocativa del paesaggio, restituendo al festival la sua natura più autentica: quella di un’esperienza viva, in continua trasformazione. Ringraziamo Nadia Baldi per la disponibilità e l’accoglienza.