The Capri Times
























Intervista a Rita Raimondi
  • Caterina Marina Anselmo 
  • Foto Natalya Galkina Novi
Giugno 2026
Nel cuore di Vietri sul Mare, tra le atmosfere barocche e la luce
del Mediterraneo, Palazzo Punzi si è trasformato nel 2026 in un
Museo della Ceramica Contemporanea di respiro internazionale.
Dietro questa trasformazione c’è la visione di Rita Raimondi,
curatrice e direttrice artistica, che ha saputo trasformare un
edificio storico in un luogo vivo, dove tradizione e innovazione
si incontrano, e la ceramica diventa linguaggio universale.
La incontriamo nelle sale del palazzo , in un gradevole
pomeriggio di Maggio




Rita Raimondi con Caterina Marina Ansemo durante l'intervista
Prima di parlare della sua attività curatoriale, ci racconta il percorso che l’ha avvicinata al mondo dell’arte ?
Sono una persona pratica, pragmatica e veloce: lavoro con decisione e affronto le sfide con naturalezza. Non sono una teorica: la mia competenza nasce dall’esperienza diretta, dal lavoro quotidiano con artisti, istituzioni e contesti internazionali.
La mia relazione con l’arte inizia da adolescente, quando dipingevo olio su tela e andavo a lezione nell’atelier del maestro Felice Tafuri. Il figurativo, l’anatomia, il movimento e gli sguardi hanno formato il mio modo di osservare e rispettare l’artista.
Sono partita dalla gavetta, come assistente di galleria, e ho costruito il mio percorso passo dopo passo: prima dealer, poi art project manager, quindi responsabile finanziario e commerciale di una catena di gallerie, fino alla gestione dei rapporti con musei, fondazioni e collezionisti internazionali. Ho lavorato in ambienti dove “o fai numeri o sei fuori”: questo mi ha resa rapida, lucida estrutturata.
Nel tempo ho compreso che il mio lavoro era anche scoprire artisti, studiarli, definirne il posizionamento nel mercato, il loro coefficiente, lanciarli e proteggerli, facendo viaggiare le loro opere da un
continente all’altro. Oggi seguo gli artisti in modo professionale ed etico, rispettando i tempi e la voce di ciascuno. Il mio lavoro non si ferma mai: mi è capitato di realizzare esposizioni mentre ero nel mio studio di Lisbona, con la mostra dall’altra parte del mondo. Una mia assistente seguiva fisicamente ogni fase: dall’allestimento basato sui miei rendering ai testi stampati e posizionati in sala mentre io coordinavo tutto a distanza, garantendo coerenza curatoriale e qualità. Questo è possibile solo dopo anni di preparazione, competenza e disciplina: riuscire a gestire un progetto complesso anche senza essere presente, assicurando che tutto proceda senza intoppi, senza errori, senza deviazioni dalla visione curatoriale .Per me curare significa questo: esercitare una cura reale, concreta, responsabile. Essere presente anche quando non sono fisicamente lì. Proteggere il lavoro dell’artista in ogni passaggio... ogni dettaglio.
Alla base c’è un principio che non ho mai tradito: il protagonista è l’artista, non io. Forse perché sono un’artista mancata che ha trasformato la propria sensibilità in uno strumento per comprendere e sostenere il lavoro degli altri.
È così che sono arrivata naturalmente alla curatela e alla direzione artistica.
Qual è stato il momento più significativo della sua carriera fino ad oggi?
Non posso indicare un solo momento come il più significativo della mia carriera. Ogni incarico che mi è stato affidato ha avuto un valore preciso e ha contribuito a definire il mio percorso, perché ciascuno ha rappresentato una responsabilità nuova e un’occasione di crescita.
Allo stesso tempo, sono convinta che il momento più importante sia sempre quello che deve ancora arrivare: il mio sguardo è inevitabilmente rivolto al futuro, alle sfide che attendono me e le istituzioni che rappresento.
Posso però dire quale sia stato il più emozionante: quando una mia esposizione all’estero ha celebrato l’Italia in maniera istituzionale e, a migliaia di chilometri dalla mia terra, rappresentavo il nostro Paese. È stato un momento di grande responsabilità e orgoglio, che presto avrò l’onore di rivivere con un altro artista in un nuovo progetto internazionale. Preferisco non anticipare dettagli, ma so già che sarà un’esposizione destinata a segnare profondamente la mia carriera. Se tutto andrà come penso e senza intoppi, l’esposizione sarà nel 2027 e rappresenterà un passaggio importante del mio percorso.




Rita Raimondi
Come descriverebbe la trasformazione di Palazzo Punzi in Museo della Ceramica Contemporanea?
La trasformazione da Palazzo Punzi a Museo Punzi rappresenta, per me, un passaggio di identità più che di funzione. Non si è trattato semplicemente di riaprire un edificio storico, ma di restituirgli un ruolo culturale, sociale e simbolico all’interno della comunità.
L’ex asilo comunale è diventato un museo contemporaneo attraverso un processo di cura, ascolto e responsabilità: abbiamo valorizzato la memoria del luogo, rispettato la sua architettura e costruito una nuova vocazione, capace di dialogare con il presente e con la tradizione ceramica di Vietri sul Mare.
Penso che il Punzi sia un luogo magico, in cui convivono più anime: l’anima di tutti noi bambini — me compresa, che l’ho vissuto — quella più innocente, fatta di educazione, gioco e primi apprendimenti; e l’anima di oggi, dedicata alla cultura, alla ricerca e alla bellezza. Queste dimensioni non si escludono: si parlano, si riconoscono, si rafforzano a vicenda.
Oggi è uno spazio vivo, aperto agli artisti, al territorio e alla contemporaneità. È la dimostrazione che un luogo può rinascere senza perdere la propria storia, trasformandosi in un centro di cultura




Quali sfide ha affrontato per definire la linea curatoriale del museo?
Definire la linea curatoriale del Museo Punzi significa affrontare diverse sfide, tutte decisive per costruire un’identità chiara e riconoscibile.
La prima è riuscire a trovare un equilibrio tra memoria e contemporaneità: rispettare la storia del luogo e, allo stesso tempo, aprirlo a linguaggi nuovi, a ricerche attuali, a un dialogo vivo con gli artisti. Non si tratta di “modernizzare”, ma di renderecontemporaneo ciò che è sempre stato vivo, evitando retoriche e semplificazioni.
Un’altra sfida fondamentale è costruire una visione coerente che rappresenti la tradizione ceramica vietrese nella sua qualità, complessità e profondità. La ceramica vietrese è un linguaggio, non un souvenir: merita una narrazione rigorosa, internazionale, capace di restituirne la forza culturale e la sua evoluzione nel tempo.
Poi c’è la sfida quotidiana della responsabilità istituzionale: selezionare gli artisti, definire i progetti, mantenere un livello qualitativo sempre alto, costruire un museo che sia davvero un luogo di cultura, non solo di esposizione.
Ma la sfida più complessa — e forse la più bella — è portare dentro il Palazzo una visione aperta al mondo, perché l’arte non ha confini territoriali né ideologici.
Significa mettere in relazione artisti di Paesi diversi, far dialogare tradizioni lontane, creare ponti tra culture. La ceramica, in questo senso, è un linguaggio universale: attraversa geografie, storie, identità, e permette di costruire un museo che parla molte lingue senza perdere la propria.
Infine, c’è una sfida personale: trasformare un luogo che ho vissuto da bambina in uno spazio di ricerca e bellezza, senza perdere quella dimensione emotiva che ancora oggi lo rende unico.




Come riesce il museo a coniugare la tradizione della ceramica vietrese con l’arte contemporanea?
Il museo lo fa partendo da un principio essenziale: la tradizione non è un’eredità immobile, ma un linguaggio vivo, capace di dialogare con il presente senza perdere la propria identità.
La storia della ceramica vietrese non viene musealizzata come qualcosa di concluso, ma messa in relazione con le ricerche contemporanee. Le opere storiche dialogano con quelle attuali, creando un racconto fluido e non nostalgico. Una testimonianza concreta di questo approccio è stata la mostra antologica in cui opere del primo Novecento si sono confrontate con lavori del 2025, seguendo criteri di rigore, rispetto e coerenza curatoriale. Questo dialogo diretto tra epoche diverse dimostra come la tradizione possa continuare a vivere nel presente senza essere snaturata e come la contemporaneità trovi radici solide da cui partire.
In questa prospettiva, la ceramica vietrese è trattata come un linguaggio complesso, colto e stratificato. La contemporaneità non serve a sostituirla, ma a rivelarne la profondità, a reinterpretarla in chiave attuale e a mostrarne la vitalità. Un esempio significativo è l’esposizione inaugurata il 23 maggio e aperta fino al 23 giugno, dedicata ai cento anni del nostro simbolo, il ciucciariello. In questa mostra, trentadue artisti hanno rielaborato la tradizione in modo personale e soggettivo, ciascuno attraverso il proprio linguaggio e la propria sensibilità. Il risultato è un insieme di opere che non imitano il passato, ma lo riattivano, lo interrogano, lo trasformano e, talvolta, lo umanizzano, restituendogli una dimensione intima e profondamente contemporanea. Questo significa, per noi, rileggere la tradizione: farla vivere nel presente senza perderne l’essenza.
Alla base di questo percorso vi è una costante coerenza curatoriale. Ogni mostra è costruita mantenendo un equilibrio tra radici e futuro. La tradizione vietrese è sempre presente, ma sempre in dialogo con ciò che accade oggi nel panorama internazionale. In questo modo il museo diventa un luogo dove la tradizione respira nel presente e dove la contemporaneità trova radici solide da cui partire. Un museo che non conserva soltanto, ma interpreta, connette e rinnova.




Cosa vorrebbe che i visitatori portassero a casa dopo aver visitato il museo?
Vorrei che ogni visitatore uscisse dal Museo Punzi con la sensazione di aver incontrato un’identità autentica, fatta di storia, mani, colori, tradizioni e visioni contemporanee. La nostra ceramica non è soltanto un materiale: è un linguaggio, un modo di appartenere a un territorio e, allo stesso tempo, di dialogare con il mondo. Quando le persone vengono al museo, spesso mi capita di accompagnarli personalmente nella lettura delle esposizioni. E credetemi: tutti ne escono carichi di emozioni, di curiosità e con una comprensione più profonda del nostro mondo e della nostra ceramica. In questi giorni, ad esempio, alcuni visitatori americani mi hanno chiesto dove potessero trovare gli asinelli presenti nella mostra in allestimento “Asino. Una storia testarda”. Ho sorriso e ho risposto: “Scendete da qui, percorrete il corso: li troverete dai nostri amati artigiani, pronti a entrare nelle vostre case.” Altri visitatori, invece, fotografavano le opere nelle sale e annotavano il nome dell’artista riportato sull’etichetta, desiderosi di approfondire, cercare, magari acquistare una sua creazione. È questo, per me, il senso profondo del museo: creare un ponte vivo tra ciò che esponiamo e ciò che il territorio offre ogni giorno, generare curiosità, attivare connessioni, accompagnare i visitatori alla scoperta della nostra identità ceramica.




Quali nuovi progetti o mostre possiamo aspettarci nel 2026 e oltre?
Il 2026 sarà un anno di crescita e di formazione per il Museo Punzi: l’agenda delle esposizioni è già quasi completamente definita, quindi di fatto chiusa, e sto lavorando al 2027, perché un museo deve sempre avere una visione ampia e strutturata, costruita con almeno un anno di anticipo. Avremo mostre dedicate agli artisti del territorio, sia contemporanei sia a quegli artisti che hanno fatto la storia della nostra ceramica e da cui abbiamo ereditato un patrimonio prezioso. È un percorso che ci permette di tenere insieme radici e innovazione, memoria e futuro. Parallelamente sto valutando nuovi progetti curatoriali: alcune proposte sono già arrivate e le sto analizzando con attenzione, ma mi auguro di riceverne altre. Il museo cresce anche grazie allo sguardo dei curatori esterni, alle loro idee e alla loro capacità di portare nuove letture e nuove energie. Tra un mese sarò a Parigi per due incontri molto importanti e spero di riuscire nel mio intento, sempre legato al museo e ai nostri artisti.
In questo ruolo che ricopre quale coordinatrice del museo, sente di dover ringraziare o citare qualcuno che l’ha supportata in questo percorso molto difficile? Dopotutto il museo ha pochi mesi...
Prima di tutto, ho il dovere di riconoscere che nulla si costruisce da soli. Il museo ha pochi mesi di vita e il percorso non è stato semplice: è stato intenso, impegnativo, a tratti faticoso, ma sempre sostenuto da una rete di persone che hanno creduto in me e nella visione che stiamo portando avanti. Vorrei innanzitutto ringraziare il Sindaco Giovanni De Simone, che ha creduto in me sin dal primo momento, affidandomi prima la direzione artistica di “Viaggio attraverso la Ceramica 2025” e poi permettendomi di proseguire in questo percorso così complesso e affascinante. Ringrazio anche l’Assessore alla Ceramica, Daniele Benincasa, che mi ha sempre supportato — e, devo dirlo, anche sopportato — perché sono molto esigente e tendo a chiedere sempre il massimo, per il bene del museo e degli artisti. Un ringraziamento speciale va poi al mio consulente artistico, il maestro Francesco Raimondi, presenza fondamentale, punto di riferimento costante e voce autorevole con cui confrontarmi ogni giorno. E infine, ma non per ultimi, ringrazio tutti gli artisti: mi hanno accolta con grande calore, rispetto e fiducia. Tutto ciò che faccio, lo faccio per loro e per valorizzare il loro lavoro




Ringrazio Rita Raimondi per questa conversazione e per aver condiviso con noi una visione profonda della tradizione vietrese e del lavoro curatoriale del museo, in un racconto capace di mostrare come la ceramica possa continuare a parlare al presente senza perdere la propria identità.